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CENTO ANNI FA LA RIVOLUZIONE RUSSA 1917 - 2017
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I PERSONAGGI DELLA RIVOLUZIONE RUSSA

nicola II romanovNICOLA II

Lo zar Nicola II Romanov fu non solo l'ultimo zar del grande impero russo, ma anche l'ultimo dei Romanov, una dinastia che prese il potere in Russia nel 1613 e che governò, quindi, il Paese per trecento anni.
Il suo regno durò vent'uno anni, dal 1896, anno della sua fastosa incoronazione, al 1917, anno in cui è costretto ad abdicare a seguito della rivoluzione russa di febbraio.
L'ultimo zar di Russia nacque a Zarskoe Selo, un villaggio a una trentina di chilometri da San Pietroburgo, sede del palazzo omonimo dove è possibile ammirare la famosa camera d'ambra, il 18 maggio del 1868. Era figlio primogenito dello zar Alessandro III a cui succedette nel 1896 a causa della morte di quest'ultimo. Fin da piccolo Nicola II riceve un'istruzione che spaziava in tutti i campi, dalla religione all'esercito, dalle finanze all'economia. Questo perché il padre lo fece entrare in contatto con le personalità più importanti del suo governo, al fine di indirizzarlo, fin da bambino, verso i binari del potere. In realtà l'indole di Nicola II è piuttosto tranquilla e semplice. Un esempio di questo suo carattere poco consono alla vita mondana e di potere è il fatto che sposò, contro il volere del padre, la principessa Alice d'Assia. Il primo incontro tra i due avvenne quando l'erede al trono aveva solo sedici anni. Da quel giorno non dimenticò più la ragazza e, alcuni anni dopo, nel 1894, la sposò. Negli anni precedenti lo zar Alessandro III aveva cercato di spingere il figlio verso una vita più mondana portandolo tra le braccia della famosissima prima ballerina del teatro Marinskij di San Pietroburgo, Matilde Kscesinskaya. Dopo una relazione durata alcuni anni con la ballerina, lo zar Nicola II ottiene, nel 1890, il permesso da parte del padre di fidanzarsi con la principessa Alice, la quale rinuncia alla propria religione protestante e si converte a quella ortodossa con il nome di Aleksandra Fedorovna. Il 14 novembre i due convolano a nozze nel palazzo d'inverno, oggi sede dell'Ermitage a San Pietroburgo. Sempre nel novembre del 1894 le condizioni del padre peggiorarono notevolmente fino a che non sopraggiunse la morte del sovrano. Nicola II ottiene il titolo di zar anche se l'incoronazione ufficiale avverrà solo nel maggio del 1896.
La zarina Aleksandra era nipote della regina Vittoria e, come Nicola II, non amava la vita mondana e di corte. Questo portò alla decisione di vivere nel palazzo Aleksandrovskij, situato nel parco di Zarskoe Selo, lontani dalla nobiltà di corte di Mosca e San Pietroburgo. Questa riservatezza provocò fin da subito i malumori interni alla corte e i due sovrani vennero da subito criticati per il loro stile di vita così lontano da quella dei precedenti imperatori. La coppia ebbe quattro figlie e un unico figlio maschio, il famoso zarevic Aleksei che soffriva dalla nascita di una forma di emofilia, una malattia ereditata dal ramo materno e che lo metteva in pericolo di vita al minimo trauma. Infatti spesso anche un piccolo ematoma gli provocava un'emorragia interna che poteva portarlo alla morte. La malattia del piccolo Aleksei afflisse per tutta la vita la madre Aleksandra, la quale tentò di ricorrere a ogni metodo pur di salvaguardare la vita del figlio. Proprio per questo entrò a far parte dell'entourage della zarina, la tenebrosa figura di Rasputin. Rasputin era uno starec proveniente dalla Siberia che aveva fama di guaritore. La zarina lo fece arrivare a San Pietroburgo nella speranza che potesse alleviare le sofferenze del figlioletto. Egli riuscì di fatto a salvare il bambino in più di un'occasione. Questo fece sì che Aleksandra Fedorovna si affidasse ciecamente a lui includendolo nella loro vita quasi come fosse un parente. Ben presto la figura di Rasputin si impose anche sulle decisioni politiche del marito e, durante l'assenza di Nicola II, la zarina si affidò a lui completamente, tanto da far sì che nascessero voci su una presunta relazione tra Rasputin e la moglie dello zar.
Nicola II non riuscì mai a imporsi su Rasputin, tanto l'indole spirituale dello starec aveva coinvolto Aleksandra Fedorovna. A causa di questa debolezza dello zar, la popolazione cominciò a nutrire un certo malcontento nei confronti della famiglia reale e del sovrano in particolare. La rottura definitiva tra la figura dello zar Nicola II e il popolo russo avvenne a causa della famosa “domenica di sangue” del 22 gennaio 1905 quando la popolazione di San Pietroburgo marciò verso il palazzo d'Inverno per chiedere all'imperatore delle riforme. Infatti già da alcuni mesi la situazione economico-sociale del popolo era peggiorata. Lo zar che non viveva al palazzo d'inverno, bensì nella sua residenza fuori città, non fu avvertito in tempo. La rivolta fu repressa nel sangue e centinaia di persone vennero uccise. In seguito a questo brutto episodio e al malcontento sempre più crescente tra il popolo, Nicola II fu costretto a fare delle concessioni, come la costituzione di una duma, un parlamento e della figura di un primo ministro. In questo modo la Russia passava da monarchia assoluta a monarchia costituzionale. Nonostante questi interventi, però, la situazione non migliorò. Inoltre l'entrata in guerra della Russia accrebbe il debito e l'inflazione. Gli eventi precipitarono fino ad arrivare alla rivoluzione russa del 1917 a seguito della quale Nicola II fu costretto ad abdicare. In particolare il giorno 14 marzo lo zar rinunciò al trono in favore del fratello il granduca Mikhail che però rifiutò. Il potere venne affidato a un governo provvisorio che diede l'ordine di imprigionare tutta la famiglia reale e di trasferirla a Tobolsk, in Siberia. Successivamente gli ultimi Romanov vennero trasferiti a Ekaterinburg dove nella notte tra il 16 e il 17 luglio vennero fucilati. I corpi vennero depredati dei gioielli e gettati in un pozzo. I vestiti sciolti con l'acido. Soltanto tre giorni dopo il governo provvisorio informò la popolazione dell'esecuzione della famiglia reale. All'inizio degli anni Novanta degli scavi hanno portato alla luce dei resti di corpi umani che, dopo varie analisi, sono stati riconosciuti come appartenenti a Nicola II e alla sua famiglia. il 16 luglio del 1998 i resti sono stati riportati a San Pietroburgo dove alla presenza dell'allora capo dello stato Boris Eltsin sono stati sepolti nella fortezza di Pietro e Paolo insieme agli altri grandi zar russi. Il giorno della sua esecuzione, il 17 luglio, è oggi il giorno in è festeggiato come santo.

 

ALEKSANDR FEDOROVIC KERENSKIJ

Aleksandr Kerenskij è uno dei personaggi più importanti della rivoluzione russa del 1917. Nacque nel 1881 ad Ulianovsk, una città della provincia russa tra Kazan e Tol'iatti, ma fu a San Pietroburgo che trovò la sua fortuna come uomo politico. Qui infatti studiò giurisprudenza all'università statale e tra i suoi colleghi c'era lo stesso Lenin. A seguito di una pausa forzata dovuta a una malattia, Kerenskij si avvicinò alla letteratura russa e, in particolare, alle opere di Tolstoj, del quale apprezzava soprattutto l'attenzione per i più poveri e gli oppressi. Fu proprio grazie ai personaggi tolstojani che Kerenskij si avvicinò al popolo anche da un punto di vista politico. La sua posizione nei confronti del regime zarista fu sempre piuttosto critica. Tuttavia la sua posizione assunse un carattere radicale dopo la famosa domenica di sangue. A seguito delle repressioni ordinate da Nicola II contro un gruppo di operai che si erano recati al palazzo d'Inverno per chiedere delle riforme, Kerenskij venne arrestato e incarcerato per alcuni mesi. Negli anni tra la rivoluzione russa del 1905 e quella del 1917, Kerenskij assunse sempre più popolarità tra le masse, soprattutto tra gli operai. Incitò più di una volta il popolo a una rivoluzione contro il potere assolutistico dello zar, utilizzando la sua arte oratoria.
Grazie a questa e grazie alla sua popolarità nella scena politica russa di inizio novecento, Kerenskij divenne ministro della giustizia e in seguito ministro della guerra durante il governo provvisorio. Nel momento in cui assunse queste cariche Kerenskij cercò di mantenere una posizione intermedia per accattivarsi sia i socialisti che la borghesia. Per questo motivo non veniva visto di buon occhio dai mensceviche e dai bolscevichi. I suoi tentativi di gestione della politica interna ed estera, però, portarono anche a diversi errori. Uno su tutti fu un'offensiva militare contro le truppe austriache che secondo Kerenskij avrebbe dovuto risollevare le sorti della Russia in guerra e portarla sempre più vicina alla vittoria. Ma si trattò di un passo ormai anacronistico; infatti stava crescendo sempre più sia nell'opinione pubblica russa che tra i soldati un forte malcontento nei confronti della guerra. I bolscevichi in particola modo sostenevano che la Russia avrebbe dovuto ritirarsi dal conflitto in quanto i debiti di guerra crescevano sempre più insieme all'inflazione. Nel luglio del 1917, a seguito di un'ulteriore insurrezione poi fallita, Kerenskij diede ordine di arresto per moltissimi esponenti del partito bolscevico e, per riprendere il controllo sull'esercito e sui soldati disertori, reintrodusse la pena di morte. Kerenskij continuò poi nei messi successivi a giocare con le forze politiche emergenti, schieerandosi da un lato con i bolscevichi (in occasione del tentato colpo di stato del generale Kornilov) e dall'altro lato ostacolandoli in quanto capiva che si trattava della forza politica che aveva il maggior consenso tra il popolo. Durante la rivoluzione russa di ottobre del 1917, tuttavia, Kerenskij non riuscì a opporsi ai bolscevichi e fu costretto a lasciare San Pietroburgo, fuggendo su un'automobile inviata dall'ambasciata americana. Tentò un'estrema difesa del governo provvisorio radunando piccole truppe a lui ancora fedeli a Zarskoe Selo, poco fuori San Pietroburgo, ma dopo pochi giorni di resistenza fu costretto definitivamente a mollare e a lasciare la Russia per la Francia. Quando, nel 1940, Hitler conquistò Parigi, Kerenskij scappò negli Stati Uniti dove morì nel 1970. Anche da esiliato Kerenskij non mancò mai di offrire il suo appoggio al suo Paese di origine. In particolare, nonostante avesse sempre cercato di ribaltare il regime zarista, Kerenskij si impegnò nella difesa della famiglia reale. Propose, infatti, di mandare i Romanov in esilio in Gran Bretagna e non in Siberia dove poi vennero fucilati. In seguito inviò parecchie missive a Stalin, il quale però non gli diede mai una risposta. Si dedicò, quindi, begli ultimi anni della sua vita all'insegnamento universitario e ottenne la cattedra di Storia Russia all'università di Stanford in California.


LENIN


Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin, nasce il 22 aprile del 1870 a Ulianovsk, la stessa città in cui nacque colui che poi doventò suo nemico, Aleksandr Kerenskij, capo del governo provvisorio dopo la rivoluzione russa di febbraio del 1917.
Lenin studia giurisprudenza presso l'università di Kazan, ma da questa verrà espulso a causa di una partecipazione a diverse manifestazioni studentesche. Continua gli studi all'università di San Pietroburgo ma, di fatto, non eserciterà mai la professione di avvocato. Infatti entra subito con il movimento “emancipazione nel lavoro” di Plechanov che diventerà poi il POSDR (partito operaio socialdemocratico do Russia). Secondo molti storici la svolta nel corso della sua esistenza avviene nel momento in cui il fratello Alekseij fu impiccato per aver partecipato all'attentato allo zar Alessandro II.
Il contributo teorico di Lenin al marxismo non può certo rivaleggiare con le teorizzazioni dei due fondatori della dottrina; è innegabile d'altra parte che Lenin fece del suo meglio per adattare il marxismo alle mutate condizioni del mondo oltre che alle sue personali esperienze e con le circostanze russe, fornendo alcune importanti aggiunte e apportando certe modifiche alla dottrina di base. Di maggior interesse è il fatto che questi emendamenti sono divenuti vangelo nell'Unione Sovietica e che l'ideologia nel suo insieme è stata ridefinita “marxismo-leninismo”. Tra le componenti elaborate da Lenin, particolare attenzione meritano quelle relative al partito, alla rivoluzione e alla dittatura del proletariato, unitamente a quelle attinenti ai contadini e all'imperialismo. Fu un disaccordo circa le caratteristiche del partito che nel 1903 causò la scissione dei socialdemocratici russi in bolscevichi, guidati da Lenin, e menscevichi, tra i quali c'era anche Trotzki. Lenin insisteva sulla necessità di costituire un corpo compatto di rivoluzionari di professione dediti alla causa, con una chiara gerarchia e una salda disciplina militare. In menscevichi, invece, preferivano un'organizzazione più vasta e meno compatta. Lenin decise nel 1917 che egli e il suo partito potevano dare il via in Russia a una rivoluzione vittoriosa, sebbene in un primo momento nessuno, neppure tra i bolscevichi, fosse dello stesso parere. Quando i bolscevichi effettivamente si impadronirono del potere con la rivoluzione russa d'ottobre, Lenin accentuò il ruolo del partito e la dittatura del proletariato. Il suo ottimismo rivoluzionario derivava almeno in parte dalla revisione, da lui compiuta, della parte spettante al mondo contadino nella creazione del nuovo ordine. Marx, Engels e i marxisti in generale hanno trascurato nelle loro teorie i contadini, relegandoli nel campo della borghesia. Al contrario Lenin giunse alla conclusione che, se adeguatamente guidati dal proletariato e dal partito, i contadini poveri potevano divenire una forza rivoluzionaria e, in un secondo tempo, proclamò persino i contadini più benestanti potevano assumere una qualche utilità ai fini della creazione dello stato socialista. Quelle stesse tesi di aprile che spronavano alla trasformazione della rivoluzione borghese in rivoluzione socialista sostenevano che i contadini poveri dovevano essere parte integrante della nuova ondata rivoluzionaria.
Lenin allargò la portata del marxismo con un secondo e ben più drastico apporto. Nel suo libro L'imperialismo come fase suprema del capitalismo scritto nel 1916 e pubblicato l'anno successivo, si provò ad aggiornare il marxismo allo scopo di dar ragione di recenti sviluppi come la febbrile rivalità tra potenze coloniali, le crisi internazionali e infine la prima guerra mondiale, e giunse alla conclusione che, nella sua fase ultima, il capitalismo si trasforma in imperialismo e il mondo passa sotto il dominio dei monopoli e del capitale finanziario. I “cartelli” si sostituiscono alla libera concorrenza e l'esportazione di capitali assume maggior peso dell'esportazione di merci. Ne consegue una spartizione economica e politica del mondo nella forma di una perenne lotta per l'espansione economica, la conquista di sfere d'influenza, colonie e analoghi possessi. Si delineano alleanze e contro alleanze internazionali; il divario tra lo sviluppo delle forze produttive dei partecipanti e la loro quota del mondo è regolato, fra stati capitalisti, mediante guerre. Al posto dell'originaria visione marxista della rivoluzione socialista vittoriosa quale semplice espropriazione di pochi supercapitalisti, Lenin descriveva la fase di tramonto del capitalismo come un'era di giganteschi conflitti, correlandole alle realtà del XX secolo. Cosa più importante ancora, questa dilatazione verso l'esterno della crisi capitalistica portava in primo piano, nel quadro, colonie e regioni sottosviluppate. Ai capitalisti si contrapponevano non solo i proletariati, ma anche i popoli stranieri da essi sfruttati, più o meno indipendentemente dall'ordine sociale e dalla fase di sviluppo dei popoli stessi. Ne conseguiva che i proletari e i popoli coloniali erano alleati naturali. Vale la pena notare che Lenin prestava assai maggiore importanza all'Asia di quanto non facessero i marxisti occidentali. Infine, con un brillante argomento dialettico, perfino il fatto che la rivoluzione socialista avvenisse in Russia, anziché in giganti industriali come Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, poteva essere spiegato con il ricorso alla teoria dell'”anello debole”, vale a dire con l'argomentazione che nell'impero dei Romanov varie forme di sfruttamento capitalistico, sia indigene sia coloniali sia semicoloniali, si combinavano a rendere il capitalismo particolarmente incongruo e instabile, ragion per cui il primo anello della catena capitalistica a spezzarsi era stato l'anello russo.
Non pochi critici hanno fatto rilevare che le particolari concezioni di Lenin, pur differendo dalle ide di Marx e Engels, trovavano la loro ragion d'essere sia nella realtà sia nella tradizione radicale russa. Paese di contadini, la Russia non poteva certo affidare il proprio futuro al solo proletariato, e perlomeno i contadini poveri, se non anche i più benestanti, dovevano essere inclusi nello schema per adeguare in qualche modo la teoria alla realtà dei fatti. Ancora, in contrasto per esempio con la Germania, nella Russia imperiale il socialismo non godette mai di riconoscimento legale o di seguito di massa, restando sostanzialmente una congiura di intellettuali. Se Lenin voleva ottenere dei risultati, doveva per forza dipendere da questi intellettuali, da un partito piccolo e devoto. Inoltre, così facendo seguiva la tradizione di Cernisevskij e di Tkacev specialmente, della Narodnaya Voljia e persino, a conti fatti, anche se egli lo avrebbe certamente negato, di populisti come Lavrov e Mikhailovskij, che esaltavano il ruolo degli individui capaci di pensare criticamente quali artefici della storia.
Lenin dedicò tutti gli anni della sua maturità alla teoria e alla prassi del marxismo che riteneva dotato di infallibile verità. Inoltre, se da un lato non si è certo obbligati a sottoscrivere l'affermazione ufficiale sovietica secondo la quale Lenin diede prova di perfetta creatività marxista, dall'altro non si può neppure aderire a quella, diffusa tra i socialdemocratici occidentali, secondo cui Lenin e il comunismo avrebbero tradito il marxismo. In effetti, sia la linea dura di Lenin che sottolineava il ruolo del partito, della rivoluzione e della spietatezza, sia l'approccio morbido dei revisionisti occidentali sono legittimamente deducibili dall'ampia massa di scritti di Marx e Engels.
Quando Lenin e i bolscevichi si impadronirono del potere in Russia, dopo la rivoluzione di ottobre del 1917, si trovò alle prese con una situazione imprevista: la rivoluzione scoppiò nel suo Paese anziché nell'Occidente industrializzato , manifestandosi in un unico paese anziché nell'intero mondo capitalista. E mentre tentava di adeguarsi a questa realtà, Lenin doveva anche affrontare altri problemi. Oltre a dover affrontare una grande e complessa guerra civile, il governo sovietico si trovò a dover combattere contro la Polonia e a confrontarsi con l'intervento alleato. I bolscevichi e Lenin mobilitarono la popolazione e le risorse nella zona di cui avevano il controllo e instaurarono un duro regime passato alla storia come “comunismo di guerra”. Questo cominciò ad acquisire una precisa fisionomia nell'estate del 1918. Ci fu la nazionalizzazione dell'industria: lo stato si impadronì delle industrie minerarie, tessili, metallurgiche, elettriche, ecc. requisì tutti gli impianti a vapore e le ferrovie. L'industria privata scomparve quasi completamente. Si procedette a una graduale soppressione degli scambi commerciali privati sostituiti dal razionamento e dalla distribuzione governativa dei viveri. Fu proclamata la nazionalizzazione delle terre che divennero tutte proprietà dello stato. I contadini però avevano ben poco interesse a fornire i prodotti della terra al governo dal momento che, dati i prezzi imposti dallo stato per gli ammassi e il crollo generale dell'economia, potevano ricavarne ben poco. Venne deciso l'ammasso forzato dei viveri: i contadini dovevano consegnare allo stato l'intera loro produzione tranne un piccolo quantitativo destinato al loro sostentamento.
Il comunismo di guerra continuò per circa tre anni fino all'avvento di un nuova politica economica, la famosa NEP. La NEP fu un compromesso intesa a dar modo al Paese di riprendersi. Lo Stato mantenne la presa esclusiva sulla finanza, la grande e media industria, i sistemi di trasporto, il commercio estero e il commercio all'ingrosso. L'esistenza di imprese private fu invece autorizzata nella piccola industria, quella con meno di 20 operai ciascuno. Per quanto riguarda la produzione dei contadini, anziché requisirne i prodotti venne stabilita una precisa imposta in natura, soprattutto cereali, in seguito sostituita da una tassa in denaro. I contadini furono autorizzati a tenere per sé e a commerciare sul mercato libero quanto restava loro dopo il pagamento dell'imposta. Questa nuova politica ebbe grande successo e contribuì alla ripresa dell'economia.
Lenin continuò ad esercitare il potere ancora per un anno, finchè nel 1922 non fu colto da un ictus che lo rese in parte paralizzato. Continuò a governare lo stato da lui creato fino al giorno della sua morte avvenuta il 21 gennaio 1924.

 

 

 


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