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L'Anello d'Oro di Russia: città, curiosità e tour
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Kostroma

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La religione ortodossa

Tour dell'Anello D'Oro


KOSTROMA

 

 

Siamo nel punto più a Est del nostro viaggio! Continuiamo la nostra scoperta delle città dell’Anello d’Oro. Ci troviamo a circa 400 km da Mosca, nella cittadina di Kostroma (attualmente conta circa 275mila abitanti), dove l’omonimo fiume si getta nel Volga creando uno scenario spettacolare.

La data più antica che viene citata nelle cronache antiche riguardo all’esistenza di questa città risale al 1213, anche se gli storici concordano sul fatto che la città sia stata fondata nello stesso periodo di Mosca (nel 1152, dunque una sessantina d’anni prima) da Jury Dolgorukij.
Come altre città dell’Anello d’Oro, anche Kostroma rimase fortemente danneggiata dal passaggio dei mongoli nel 1238, in seguito al quale venne ricostruita.
Lo sviluppo e l’importanza di questa città è però legata al nome della più famosa dinastia russa: la famiglia Romanov, che scelse Kostroma come protettorato, e il monastero Ipatevskij, il più importante della città, come luogo di culto prediletto.
Un evento cruciale della storia della città fu un incendio che nella seconda metà del Settecento distrusse quasi del tutto il centro abitato; la città venne completamente ricostruita secondo nuovi schemi: la struttura urbanistica a raggiera infatti fu una delle più innovative.

 

 

Il Monastero Ipat’evskij

 


Una delle testimonianze più importanti della gloria di Kostroma è data dallo splendido Monastero Ipat’evskij (di Ippazio), la cui incantevole vista si può ammirare giungendo dal centro della città. Il Monastero si specchia nelle acque del Volga, che in quel punto è particolarmente esteso, regalando una delle cartoline più suggestive dell’Anello d’Oro.
L’ex monastero maschile (oggi adibito a museo) venne fondato nel 1330 da un tartaro convertito. Anche in questo caso la fondazione è legata ad una leggenda, secondo la quale nel luogo in cui adesso brillando le cupole d’oro del monastero, si fermò un tartaro dell’Orda d’oro in marcia verso Mosca di nome Chet. Durante il viaggio, infatti, Chet si ammalò gravemente e non poté far altro che fermarsi in queste zone per cercare di recuperare le forze. Durante la notte vide in sogno la Vergine Maria con l’apostolo Filippo ed il Martire Ippazio di Gangra. La Vergine Santissima promise a Chet che lui sarebbe guarito, se si fosse convertito al Cristianesimo. La notte stessa Chet venne battezzato col rito cristiano e nel posto in cui ebbe la visione, fondò un monastero, dedicato al Santo Ippazio, vescovo di Gangra (visse nel IV secolo d.C. nella città di Gangra in Asia Minore e nel 326 venne ucciso dai seguaci delle dottrine eretiche ariane. Dopo la morte le sue reliquie divennero sacre).
Chet è considerato un antenato di Boris Godunov il cui nome precedette quello della dinastia dei Romanov.
Durante il cosiddetto Periodo dei Torbidi il monastero venne occupato dai sostenitori del Secondo Falso Dmitrij, nel maggio del 1609, ma qualche mese più tardi il monastero tornò nelle mani dei loro avversari. Proprio fra quelle mura, qualche anno più tardi, si nascose un giovane Principe di nome Mikhail Romanov insieme alla madre. Fino ad allora, questa importante e ricca famiglia aveva vissuto in un villaggio nelle vicinanze di Kostroma. Nel 1613 lo Zemskij Sobor elesse Mikhail Romanov al trono di Russia (all’epoca aveva solo 16 anni!) e inviò alcuni boiari ad informare Mikhail dell’avvenuta elezione. Nel frattempo, in quegli anni i territori intorno a Kostroma erano occupati da truppe polacche che intendevano rivendicare il trono di Russia, e quando alcuni militari vennero a sapere dell’elezione di Mikhail, partirono per il suo villaggio natale per cercare di ucciderlo. Tuttavia, non conoscendo bene la strada per arrivarci, secondo la leggenda, chiesero informazioni ad alcuni abitanti locali.
Ed è proprio grazie all’eroico intervento di Ivan Susanin, che i polacchi non trovarono mai il loro bersaglio, in quanto Susanin promise loro di condurli alla scorciatoia che portava al monastero in cui si era nascosto Mikhail, per poi farli perdere nel fitto bosco dopo aver dato indicazioni sbagliate. Le milizie polacche morirono di freddo e nessuno seppe più niente di loro.
In seguito a questo episodio, Mikhail Romanov fu incoronato Zar e diede vita alla dinastia dei Romanov.

La maggior parte delle costruzioni del monastero datano a partire dal XVI e XVII secolo. Una chiesa di dimensioni minori è stata demolita durante la dittatura comunista, ma c'è l'idea di ricostruirla e dedicarla ai santi martiri della famiglia imperiale. La stanza privata dello zar Michele I venne ricostruita per ordine dello zar Alessandro II di Russia, ma alcuni architetti moderni hanno messo in discussione l'autenticità di questa ricostruzione.
Il monastero venne abbandonato dopo la rivoluzione d'ottobre nel 1917, e trasformato in museo: dopo un accurato programma di recupero e restauro, le autorità hanno deciso di restituirlo alla Chiesa ortodossa russa, nonostante la forte opposizione delle autorità museali locali.
(La casa colorata sulla destra all’entrata è La camera dei romanov).

Da questo momento in avanti il monastero Ipatevskij diviene “la culla della dinastia dei Romanov”. Infatti, la famiglia regnante sceglie questo luogo come ‘santuario della famiglia’ e dunque come luogo di culto prescelto. Per le riparazioni, ricostruzioni o restauri la famiglia donò sempre ingenti fondi. Durante il XVI e XVII secolo, lo sviluppo del monastero passò anche attraverso una ricca collezione di icone, arte applicata (come ad esempio sculture in pietra, monete d’oro e d’argento) e manoscritti, tra i quali anche una delle cronache più importanti sulla storia antica. Venne anche eretta la cattedrale, aggiunti gli affreschi, posta una monumentale iconostasi. Il monastero divenne meta di visita degli Zar fino al 1913, quando festeggiarono qui i 300 della dinastia dei Romanov (questa fu l’ultima visita della famiglia reale). 5 anni più tardi la famiglia andò incontro al tragico destino della morte, che avvenne in una circostanza che suona come una terribile coincidenza: vennero fucilati nel 1918 a Ekaterinburg, proprio nella casa di un commerciante di nome Nikolaj IPATEV (come il monastero).
Le sorti del monastero durante il periodo sovietico sono abbastanza tipiche: nel 1919 il monastero venne chiuso, e tutti i beni contenuti all’interno vennero nazionalizzati. Attualmente la Chiesa della Trinità è aperta al culto ma il monastero non è più attivo, e gli edifici sono diventati museo di proprietà della Chiesa Ortodossa Russa.

All’interno del territorio del monastero vi è la meravigliosa Cattedrale della Trinità.
Venne costruita nel 1560, quando al potere c’era ancora la famiglia Godunov, ma crollò nel 1648 in seguito ad un’esplosione nel seminterrato dovuta alla presenza di polvere da sparo. La versione che vediamo oggi dunque è quella del 1650-1652. È una delle poche cattedrali che mantiene il suo aspetto originale, grazie agli innumerevoli interventi di restauro voluti dalla famiglia Romanov. Esternamente è caratterizzata da 5 cupole dorate.
Ma il fascino della cattedrale è dato dagli affreschi interni, dal colore puro e vivo, che ricoprono ogni parte: dalle pareti, agli archi, ai pilatri. Pensate che questi affreschi risalgono al 1685 e sono stati dipinti da un’importantissima scuola di pittura guidata dal maestro Nikitin in soli 3 mesi e con una squadra di 18 persone. Sono strutturati su 5 livelli, con circa 80 composizioni.
Il livello più alto illustra la leggenda dell’apparizione degli angeli ad Abramo e Lot. I due livelli inferiori narrano la storia di Cristo (questo ovviamente è il ciclo più lungo). Ancora più sotto, vediamo gli atti degli apostoli e l’allegoria dei temi del Cantico dei Cantici. Poi ancora, il tema degli ostacoli e delle difficoltà che incontrano i monaci sulla strada verso il Regno di Dio. Alle porte del paradiso, in cima alle scale, un uomo giusto che ha superato tutte le prove.
Al di là dei singoli significati degli episodi, è interessante guardare gli affreschi anche se non abbiamo familiarità con il Vangelo e con la Chiesa, perché i dipinti risultano meravigliosi: sugli sfondi notiamo palazzi, prati fioriti, boschi ombrosi, la natura nelle sue varie forme. I personaggi rappresentati sembrano persone comuni, occupati in vari modi: battezzare bambini, leggere libri, ascoltare i predicatori, cuociono il pane, si divertono; in altri casi attraversano il mare in fuga da incendi o persecuzioni. Quindi sono rappresentazioni molto realistiche, lontane appunto da una concezione meramente religiosa. Sui pilastri sono rappresentati principi e zar russi, tra i quali anche Mikhail Romanov.
Anche l’iconostasi è degna di attenzioni: costruita a metà del 700, venne ordinata direttamente dall’Imperatrice Elizaveta Petrovna ai migliori scultori di Pietroburgo e data in dono al monastero. E’ decorata con 92 ‘forme’ intagliate nel legno, fatta di legno di tiglio, e con tutti i dettagli coperti d’oro.
Parte essenziale dell’iconostasi è la l’icona Tikhvinskaya – La Madonna di Tikhvin. E’ una delle icono più venerate e seconda la leggenda fu dipinta direttamente da San Pietro (metropolita di Mosca!). Venne portata a Kostroma per la prima volta nel 1613 dagli Ambasciatori del Consiglio che venivano da Mosca per dare la notizia al giovane Mikhail Romanov della sua elezione al trono. Dunque anche questa icona è particolarmente legata alla storia della famiglia Romanov. Non solo, ma divenne importante anche per il popolo stesso, che ancora oggi durante le cerimonie la celebra. A tal punto che grazie alle donazioni del popolo, costruirono la RIZA, ornata di pietre preziose, gioielli e perle.
Nel 1919 l’icona venne rimossa dalla Chiesa e solo nel 2004 tornò al suo posto, disponibile per la venerazione dei fedeli.
Un’altra importante icona che troviamo in questa cattedrale è quella della famiglia Romanov, canonizzata il 14 agosto del 2000 come martiri e ‘portatori di passione’ della Chiesa Ortodossa Russa.

 

 

MUSEO DELLE CASE DI LEGNO

 


In Russia ci sono diversi musei delle case di legno (tra i quali anche quello di Suzdal), ma questo è uno dei più importanti di Russia, per questi motivi:
- È uno dei più grandi come superficie
- È stato realizzando vicino ad un fiumiciattolo, e questo dà l’idea di come realmente era un antico villaggio russo
- È composto da costruzioni autentiche, che sono state portate qui da ogni parte della regione (particolarmente ricca di boschi e legno). Il museo è stato aperto nel 1958.
Le costruzioni che possiamo vedere datano 18-19 secolo, ma ve ne sono alcune anche del 15 secolo. Considerate che fino a poco tempo fa il legno era l’unico materiale disponibile, perché ve n’era in gran quantità nei boschi circostanti. La pietra, invece, era un materiale molto caro e quasi introvabile. Quindi, le case di provincia così come le chiese erano tutte in legno, e questo non ci deve stupire: abbiamo già visto come molte Cattedrali (Vladimir) o intere città (Kostroma stessa) vennero rase al suolo a causa di molti incendi.
Una casetta di tronchi di legno, con un tetto di paglia a due spioventi e finestre sul davanti: questo è l’aspetto classico di un’izba russa. Secondo alcune credenze pagane, la costruzione di un’izba tradizionalmente doveva iniziare con un sacrificio: in pratica, per erigere la casa occorreva sacrificare una vita e di solito a rimetterci era una gallina alla quale si tagliava di netto la testa per seppellirla poi sotto l’angolo principale. Oggi nelle città un’eco di questo rito sopravvive in un’usanza assai meno cruenta: la prima creatura a mettere piede in un nuovo appartamento deve essere un gatto. Alcune famiglie arrivano addirittura a prendere in affitto un gatto proprio per questa circostanza.
Dato che in Russia la pietra era un materiale scarsamente reperibile, le izbe erano realizzate in legno di pino o di abete rosso, e non di betulla, pur così abbondante in Russia, perché chi viveva in izbe di betulle soffriva di nausea, dormiva male e perdeva perfino i capelli. Le izbe spesso non avevano fondamenta, ma soltanto un pavimento di legno, tranne nelle regioni paludose dove si ricorreva a tronchi di legno fissati sotto l’impiantito, da cui l’impressione di “zampe di gallina” dell’izba di Baba Jaga. Altra caratteristica di questa casa era il tetto a due spioventi ricoperto di paglia. L’estremità frontale della sommità del tetto era spesso sagomata a forma di testa di cavallo.
Le finestre in origine erano semplice aperture per ventilare l’interno praticate nelle pareti e ricoperte da assi o pelli di animali. Soltanto nel XVIII e nel XIX secolo iniziarono a vedersi nelle izbe finestre con vetri rossi e belli e infissi decorati. Queste finestre si aprivano sulla facciata anteriore della casa che dava sulla strada. Sotto le finestre, le giovani contadine avevano l’abitudine di sedersi la sera su una panchina, per filare, gettare un’occhiata ai passanti e spettegolare sugli abitanti del villaggio. La porta di un’izba in genere si apriva su una parete laterale o sul retro. La soglia e lo stipite della porta d’ingresso sono punti di grande importanza occulta, ed ecco perché nello stipite spesso si inseriva un coltello o una foglia di ortica per proteggere la casa dagli spiriti e dalle streghe.
Importante anche lo spazio dedicato agli animali:
Ed eccoci all’interno dell’izba: l’izba tradizionale ha soltanto una grande stanza (di circa 24 metri quadrati) dove i contadini cucinano, mangiano e dormono e l’oggetto più importante è la stufa. Il nome stesso di izba deriva dalla parola stufa in russo antico: per la precisione izba significa “quella che si riscalda”.
Le stufe, fatte di mattoni o terracotta erano collocate su una base a parte, così che la casa non si inclinasse verso di essa. All’interno della base della stufa si potevano sistemare piatti e pentole. La stufa russa non ha in cima alcun fornello: è un semplice dispositivo che scalda e funge anche da forno. Deve avere per forza grandi dimensioni, dato che la si accende soltanto una volta al giorno e poi funge da accumulatore e distributore di calore. Alla sera la stufa è ancora confortevolmente tiepida e quindi la sua superficie era utilizzata come punto più comodo per dormire all’interno dell’izba. Serviva dunque per:
-riscaldare la casa
-cucinare
-rilasciare fumo nella casa per disinfettare lo spazio da ratti e scarafaggi
-letto
La stufa era anche il luogo nel quale si credeva vivesse il domovoi, lo spirito della casa russa a guardia della pace della famiglia e delle sue proprietà. Tale spirito doveva essere tenuto tranquillo ed era nutrito in modo rituale, ma in ogni caso era considerato “impuro”.

Questo è il motivo principale per il quale la stufa in genere è sistemata dal lato opposto rispetto all’angolo delle icone (conosciuto come l’”Angolo rosso”. In quest’ultimo angolo dell’izba, le icone e le lampade votive erano sistemate sulle mensole sotto il soffitto.0

Il posto del capofamiglia era sotto le icone, sulle panche del tavolo di famiglia. Nessuno poteva iniziare a mangiare prima di lui, perché era lui a fornire il pane alla famiglia. Per quanto riguarda il capofamiglia, se era molto anziano gli si portava da mangiare direttamente nella sua cuccetta sopra la stufa.
Nella maggior parte delle izbe vivevano fino a dieci persone, in situazione di notevole affollamento. Di notte le panche fungevano da giacigli, in quanto non c’era posto per un letto vero e proprio. I bambini potevano dormire su assi, dette polati, sistemate sulla stufa.

I contadini dormivano coprendosi di coperte di feltro, con la testa orientata verso l’angolo delle icone. I cuscini erano un lusso. Soltanto nella metà del XX secolo nelle case di campagna di tutta la Russia hanno fatto la loro comparsa le lenzuola.

A quel punto nelle campagne era arrivata anche l’elettricità e con essa altri agi: la radio e la televisione sostituirono la filatura e la lettura della Bibbia, unici passatempi fino a quel momento, e il ritratto di Yuri Gagarin, primo uomo nello spazio, fu appeso sulle pareti di legno delle vecchie izbe.

A quel tempo l’izba non era già più l’abitazione tradizionale più importante della Russia, ma essa sopravvive tuttora nell’inconscio di ogni russo, al punto che ancora oggi quando si vuole cominciare una cosa, si dice: “Partiamo direttamente dalla stufa”.

 



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